To the Wonder

Ciao  CouchLovers!

Dato che come me vi ostinate a scegliere il divano a qualsiasi altra cosa..vi offro una valida scusa  per rimanerci! Vi propongo un film diverso, che per me è quasi sempre sinonimo di bello, un film originale nel conformismo del cinema americano, che più del solito coinvolgerà tutti i vostri sensi e vi parlerà nel profondo. È l’ultimo lungometraggio dell’enigmatico regista Terrence Malick, laureato in filosofia ad Harvard e vincitore della palma d’oro a Cannes nel 2011 con “The tree of life“, ora nelle sale con “To the Wonder“; Insieme alla sincerità e all’originalità, altri elementi fondamentali del suo cinema sono il romanticismo e la spiritualità: due caratteristiche che lo rendono ostico al pubblico smaliziato, e spesso cinico, che oggi affolla le sale cinematografiche. Malick non scende a compromessi e segue un cammino che sa di percorrere in solitudine: una luce gli sta facendo strada. Speriamo non si spenga mai. Dopo aver conquistato le platee del mondo con il capolavoro The Tree of Life, interpretato dalla splendida coppia Chastain/Pitt, il maestro eremita e solitario torna a parlare dell’uomo, la creatura che più lo affascina in assolutoe quindi, come  nel resto della sua non lunga filmografia, parla di amore, OK!!declinato stavolta secondo quelli che – sintetizzando brutalmente – potremmo definire i canoni del cinema sentimentale.

Una  coppia s’innamora sullo sfondo di Parigi, la città perfetta, e viaggia sino alla “meraviglia dell’Occidente”, Mont Saint-Michel(da qui il titolo)e sono all’apice della loro storia d’amore: Neil (Ben Affleck) è un uomo in crisi che, a un certo punto, sente il bisogno di tornare negli Stati Uniti, in Oklaoma, dove fa l’operatore ambientale; Marina lo segue con la bambina avuta dal suo primo e giovanile matrimonio. In America l’idillio finisce, manca qualcosa nella loro relazione, lui non la ama abbastanza, lei ama troppo: il visto scade e la donna torna a Parigi. In seguito, il protagonista rincontra una vecchia amica della sorella, Jane (Rachel McAdams), ed esplode una nuova passione; anche in questo caso, dopo un periodo altamente passionale, l’amore si va assopendo e tutto finisce, mentre Marina preme per rientrare negli Usa. Le loro vite s’intrecceranno con quelle di padre Quintana (il maestoso Javier Bardem), un prete lacerato da una fede che non sente più incrollabile. L’amore coniugale è la base del discorso malickiano, ma siamo ben lontani dal film strappalacrime o dall’opera suicida e senile di un vecchio maestro. Il regista texano piega alle sue visioni cliché e tempistiche di questa tipologia di narrazione cinematografica: basta vedere come sono resi i passaggi dall’innamoramento all’idillio, dalla crisi alla separazione e poi daccapo, come un circolo vizioso dal quale uomini e donne non riescono a uscire. I personaggi, e con essi il regista, si interrogano sulla forza e fragilità dell’amore, mentre un sacerdote in crisi  parla direttamente con Cristo, chiedendogli di manifestarsi. Temi alti, trattati in maniera spudoratamente diretta, che esaltano gli ammiratori del regista e infastidiscono i detrattori. È un’affascinante, imperfetto e vivido capolavoro, come i precedenti senza dubbio per il rapimento e la bellezza misteriosa della fotografia di Lubezki, capace di catturare cromatismi e di inquadrare immagini di ineffabile splendore (La lirica fotografia di Emmanuel Lubezki è d’innegabile bellezza;), poiché qui risiede il potere del cinema malickiano, quella di dare corpo alle emozioni umane: come accade nell’entusiasmante incipit (la cronaca dell’innamoramento), girato sulle rive di Mont Saint-Michel, luogo magico esaltato anche dalle scelte di una vibrante colonna sonora. L’assenza di Dio e la presenza dell’amore sono i due poli del mondo creato da Malick in questo film, un mondo percepito come in uno stato di trance o di delirio, nel quale la questione di Dio offre un senso all’immediato, terribile problema di riuscire a conoscere completamente un altro essere umano. Malick descrive tutte queste relazioni intrecciate, la sfida dell’amore con deliberata bellezza e attenzione pittorica. Scava sotto la superficie e raggiunge “l’anima” del bisogno. Si chiede, come noi, ma senza darci risposte se bisogna affrontare questa realtà con l’amore o la disperazione..è più interessato alle domande profonde che alle risposte e ci fa entrare in sintonia profonda con i suoi personaggi e i loro sentimenti, sicuramente ci comunica l’incanto che egli continua ad avere, come me, di fronte alla meraviglia dell’esistenza.

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